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martedì, settembre 25, 2007

Recensioni / Esteri / JULIAN COPE : You gotta problem with me (2 cd) - Head Heritage - Aug.6 2007 by Pasquale Boffoli


Mi pare superfluo per chi segue da vicino le cose del rock internazionale sottolineare la poliedricità ed anche la bizzarria culturale di un artista come Julian Cope, musicista proveniente dalle risacche
post-punk anglosassoni o new-wave che dir si voglia: come dimenticare i suoi geniali Teardrop Explodes, che già in quegli anni fatidici ( i primi '80) insieme ad Echo& The Bunnymen, Big in Japan, Pink Military facevano professione in Liverpool di fascinose seduzioni pop-psichedeliche?
A differenza di altre bands partorite dalla new-wave, come U2 e Simple Minds Cope non é mai assurto a fama planetaria, anche perché ben presto imboccò la strada solista insieme ad un ristretto team di fidi collaboratori, ed alla luce dei riflettori con l'andare degli anni ha preferito con modalità sempre crescenti costruirsi un personale mini-universo per nulla ortodosso, nel quale il suo amore ossessivo per la psichedelia degli anni '60 si incrocia con quello altrettanto maniacale per il rock tedesco, o krautrock, degli anni '70.
A tal proposito si rivela un ottimo e personalissimo scrittore con Krautrocksampler, quasi un testo-vangelo in materia pubblicato per la prima volta nel 1995, ma che ha visto la luce in Italia per la Lain solo nel 2006.
Da non perdere anche la sua doppia autobiografia Head On - Repossessed, un tomo mastodontico zeppo di notizie, aneddoti, descrizioni maniacali e particolareggiate della scena musicale in cui é cresciuto, dai suoi esordi con i T.E. ai suoi lavori solisti.
Ma non basta : é anche un eclettico studioso delle antiche civiltà celtiche e druidiche, delle loro credenze religiose e dei siti ancestrali disseminati in Inghilterra ed in Irlanda, dove individua collegamenti con l'esistenza di civiltà extraterrestri!
Una personalità complessa e misterica quindi quella di Cope che ha man mano infarcito i suoi numerosi lavori solisti da più di vent'anni a questa parte di riferimenti geografici, etici, mistici a queste materie che è andato via via approfondendo : primi tra tutti la serie di albums ispirati al dio Odin, Jehovahkill, Autogeddon, The Interpreter, addentrandosi negli anni '90.
Stessa cosa dicasi per la sua notevole coscienza e critica sociale e politica, a partire dalle marce di protesta per l'aumento delle tasse in Inghilterra sino alle tematiche ambientali.
Ricordo a questo proposito il doppio imperdibile vinile Peggy Suicide del, incentrato sul suicidio (!?) perpetrato dai terrestri con .la loro mancanza totale di sensibilità ecologica a danno di madre terra (Peggy).
Fatale che Cope giungesse a crearsi una sua etichetta discografica, la Head Heritage, che funge anche da mesmerico contenitore di tutti i suoi progetti letterari, poetry e culturali di Modern Antiquarian, parafrasando il titolo di un disco di soli readings del 1998 tratto dal suo omonimo libro.
Musicalmente Julian Cope ha molte anime: quella squisitamente leggiadra pop, quella psichedelica, quella folk, quella sperimentale di derivazione krautrock (espressa in spericolate opere-fiume come Queen Elizabeth) e, accentuatasi negli anni '90, quella enfaticamente metal d'ispirazione detroitiana incarnatasi sotto lo pseudonimo di Brain Donor ma presente anche nei recenti Citizen Cain’d , Dark Orgasm (2005) e Rome wasn’t buried in a day (2003)..
Il suo nuovo album, You gotta problem with mestrong, un doppio cd, vede invece un ritorno prevalente a ballate sornione ed elettro-acustiche come They gotta different way of doing things, mesmerica e bluesata con una mirabile girandola di chitarre nel finale in odore di Grateful Dead, Woden pervasa da melodia folk evocativa e chitarre acustiche, Sick love (con attitudine crooner ed armonica), Soon to forget ya, recitata su un giro armonico epico, sottolineate dalla vocalità carismatica e suadente di Cope e dalle magiche ed eclettiche corde del fido Donald Ross-Skinner.
Più acida e solenne Beyond Rome, folkeggiante A Child is born in Cerrig-Y-Drudion, che si riallaccia alle tematiche di antiche civiltà tanto a cuore a Cope, accorata la finale Shame Shame Shame che si accende rabbiosa nel finale.
Vampire state building, oscura e minacciosa, vive di variegata ossessione strumentale rispolverando la vena più anticapitalista di Cope. Quasi una marcia solenne di protesta nel finale.
L'episodio più emozionante di You Gotta Problem With me é il commovente Doctor Know : inizia in sordina come una preghiera ed una voce da brividi a tratti in falsetto, caricandosi in crescendo di tensione ed elettricità sino ad assumere le fattezze di un rito pagano '....make a sacrifice...make a sacrifice...!' ; piano martellante, Cope giunge al delirio, le chitarre crescono malsane sino a librarsi nel finale in un volo pindarico ed a dissolversi in polvere astrale.
You gotta problem with me é sanamente incazzata e cantata con rabbia da Cope, sottolineata da suoni ed irrorata da polvere spaziali, synth e tastiere.
Peggy Suicide is a Junkie palesa ambigui riferimenti con potenti evocativi riffs fuzz ed ancora una stridula arrabbiata performance di Julian.
Cant get you out of my country é giocata quasi sul giro di Gloria, ed evoca toni Morrison-iani. Ancora disagio esistenziale di Cope questa volta espresso con giocosità quasi sixties.
Infine la perfida cantilena di Hidden Doorways, con tanto di strings a sottolineare il coté più pastorale di Cope.
Un disco intenso ed ispirato, con brani messi bene a fuoco, molto più
che nel precedente caotico Dark Orgasm, col quale Cope torna agli ottimi livelli di Citizen Cain’d.

http://www.headheritage.co.uk/

PASQUALE BOFFOLI

domenica, settembre 23, 2007

R.I.P. / HILLY KRISTAL, il 'padrino' del punk americano, fondatore del CBGB.

Mirco Guevara titolare di http://it.groups.yahoo.com/group/endofthecentyryramones, bel sito italiano dedicato ai Ramones mi ha passato questo prezioso pezzo riguardante la morte di Hilly Kristal, personaggio fondamentale per la storia del primissimo punk 'made in seventies' americano.
Non mi sono sentito di ignorare questo avvenimento nel mio magazine e se leggete le righe che seguono (un pò anche la storia del CBGB!) capirete perché.
Su gentile concessione di Endofthecenturyramones.

(Pasquale 'Wally Boffoli)

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Hilly Kristal, fondatore del caffè Cbgb di New York, mecca della musica punk, è morto giovedi 30 agosto nella sua casa di Manhattan, per complicazioni legate ad un tumore ai polmoni, all'età di75 anni.
Il punk americano è partito proprio da questo bar, dove si esibirono agli inizi delle loro carriere Patti Smith, Ramones, Television, Blondie, Dictators, Tuff Darts, Sham69, Talking Heads, Plasmatics e Mink DeVille. Punk fino al midollo, ma con un look strano, a volte hippie, a volte trendy, Hilly Kristal aprì il Cbgb (acronimo di Country Blue-Grass and Blues) nel 1973, diventando ben presto il luogo dove sono passati tutti i nomi più grandi della musica punk. Il Cbgb ha chiuso il 30 settembre 2006 a causa di una lunga battaglia legale con i proprietari dell'immobile.
Hilly Kristal aveva annunciato di recente che avrebbe riaperto il Cbgb a Las Vegas nel 2008, affermando" ...Ho preso tutto, il bar, il palco, i cessi dove Joey Ramone ha fatto la pipì insieme a me. Ho preso tutto ciò che ha fatto di questo posto il Cbgb...". Kristal ebbe il coraggio di investire su artisti che all'epoca nessuno voleva fare suonare. All'inizio era un bar malfamato ed anche un po' sudicio: poi Hilly Kristal lo ristrutturò facendone in breve tempo un punto di attrazion emusicale. I primi a frequentare abitualmente il locale furono i Television, poi arrivarono i Ramones ed infine il CBGB fece il botto proponendo come attrazione fissa il Patti Smith Group.
I giornali cominciarono a parlare del locale, ma lo bollarono come luogo culto dello street rock, mentre il termine punk rock ancora non si usava. Solo grazie all'omonima fanzine (diretta da Legs McNeil e John Holmstrom) l'onda punk assunse dignità e coraggio.
Il Cbgb fu fondato da Hilly Kristal sul luogo dove in precedenza sitrovava il bar Hilly's (1969-1972). Kristal, inzialmente, aveva l'obiettivo di aprire un locale di musica Country, Blues e Bluegrass (come dal nome), ma il bar diventò famoso come riferimento e luogo dinascita del punk americano e in particolare del New York Punk. Poichè il Mercer Arts Center erano fallito nell'agosto 1973, vi erano pochi locali a New York dove i gruppi underground potevano avere uno spazio per suonare, e alcune bands che solitamente suonavano al Mercer prima del fallimento, come Suicide e Wayne County, cominciarono a suonare spesso al Cbgb..
Tuttavia, il momento in cui il locale cominciò ada cquisire una certa notorietà fu nel 1974, con gruppi come i Television e soprattutto i Ramones e molti altri gruppi della scena punk newyorkese e non solo. Dopo il terzo concerto dei Television il 14 aprile 1974, esordirono al locale anche Patti Smith e Lenny Kaye del Patti Smith Group il 14 febbraio 1975.
Accanto ai Television, debuttarono altre band come The Stillettoes (di cui faceva parte anche la futura cantante dei Blondie, Debbie Harry), che era il gruppo spalla dei Television, i Blondie formatisi di recente (originariamente sotto il nome dei Angel & the Snakes) e i Ramones, che debuttarono insieme nell'agosto 1974.
Mink DeVille, Talking Heads, Tuff Darts, The Shirts, The Heartbreakers, The Fleshtones, suonarono tutti in rapida succcessione nell'arco di breve tempo.
Il locale ha continuato ad ospitare molte bands punk, proto-punk e new wave nel corso degli anni successivi.
Benchè Cbgb sia considerato come un punto di riferimento per le band straniere venute a New York, la scena che ha mantenuto il locale vivo durante gli anni Ottanta era quella dell'underground dell'hardcore-punk e in particolare New York Hardcore.
Le domeniche al Cbgb erano dedicate al Matinee Day dove si esibivano band Hardcore Punk dal pomeriggio fino all'ora di cena, solitamente l'ingresso era libero, o poco costoso. Nel corso degli anni, a causa delle violenze provocate ai concerti hardcore dentro e fuori dal locale, Kristal fu contretto a non promuovere piu il Matinee Day e dal 1990, il Cbgb non ha più organizzato concerti punk o hardcore.
Il Cbgb successivamente ha accettato band hardcore punk diverse volte negli anni Novanta, senza imporre delle regole precise riguardo al genere delle bands, ma mai con la regolarità di un tempo.
http://it.groups.yahoo.com/group/endofthecenturyramones

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LIVE AT CBGB'S (1976)
Documento discografico imperdibile di questa storia é LIVE AT CBGB'S (Atlantic), registrato nel famoso e fumoso locale dal 4 al 6 Giugno 1976 e pubblicato nel 1976 sotto forma di doppio vinile.
Oggi se lo cercate é reperibile anche in cd singolo.
Questi storici solchi contengono performances rozze, sbrindellate ma incredibilmente 'ruspanti' di Tuff Darts (il cantante era Robert Gordon, futuro rockabilly hero!), Shits. Mink De Ville, Laughing Dogs, Manster, Sun, Stuart' s Hammer, Miamis.
La maggior parte di queste bands si sono poi eclissate: hanno resistito nel tempo solo Robert Gordon, leader dei Tuff Darts, votato monomaniacalmente alla causa rockabilly e soprattutto Willy De Ville, che nei decenni successivi ha dimostrato uno spessore artistico, compositivo e di performer strabiliante!
Ma, come dice Joe Viglione in All Music, si trattava di uno storico momento per il rock&roll, e questo documento é una vera capsula temporale-tesoro di un movimento che si stava evolvendo
(Pasquale 'Wally' Boffoli)

CINEMANIA : Il meglio del cinema in dvd - n°.11 a cura di Antonio Petrucci

Titolo: GOZU
Giappone 2003 - Colore, 129 minuti
Regia: Miike Takashi -- Genere: Drammatico
DVD edizione: Medusa Video

Forse il film più visionario del prolifico regista giapponese, famoso forse più per altre pellicole quali Audiction, Ichi the Killer, Izo, ed il discusso penultimo Imprint: sicuramente un autore molto versatile e con molta voglia di sperimentare.
In questa pellicola ci racconta le disavventure di un affiliato della Yakuza, che deve eliminare per ordine del capo un suo "collega" andato fuori di testa. In questo contesto si sviluppa una storia surreale tra realtà ed allucinazione, con l'entrata in scena di strani personaggi e figure mitiche, sicuramente una esperienza di cinema originale. (Antonio Petrucci)

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=0NHYAJOJX6M









Titolo: A Snake of June
Giappone 2002 - B/N, 74 minuti
Regia: Shinya Tsukamoto -- Genere: Drammatico
DVD edizione: Elleu



Ancora un bel film del regista giapponese, che affronta temi quali la solitudine e l'erotismo; il film girato in un B/N livido, ambientato in una Tokio perennemente bagnata dalla pioggia, ci descrive un rapporto morboso tra attrazione e repulsione, in cui una coppia cerca di ritrovare un suo equilibrio, anche nel conflitto, pur di non sentire il senso di vuoto e la solitudine di un mondo ostile.

Il film molto intenso è pieno di sfumature e possibili chiavi di letture: questo ed altro rende la pellicola una delle migliori di Tsukamoto. Versione originale con sottotitoli in italiano.
(AP)







Titolo: Spun -- Giappone 2002 - Colore, 97 minuti
Regia: Jonas Åkerlun -- Genere: DrammaticoDVD
Edizione: One Movie


Pellicola forse più estrema del famosissimo Trainspotting, ci conduce nella convulsa vita di alcuni giovani schiavi della droga, il tutto in modo ironico e libero da schemi, con un ritmo incalzante ed alcune trovate veramente originali.
Anche se non raggiunge l'intensità di Trainspotting, si rivela una pellicola interessante. sicuramente da vedere.
(Antonio Petrucci)

mercoledì, settembre 19, 2007

Recensioni / Esteri / The Chesterfield Kings : PSYCHEDELIC SUNRISE ( Wicked Cool / 18 Settembre 2007) by Pasquale Boffoli



I vetero-appassionati di garage sanno sempre cosa attendersi da un nuovo disco dei Chesterfield Kings, vere icone viventi (insieme a Fleshtones e Fuzztones), depositari fedeli del verbo rock&roll/garage/punk d’estrazione sixties/seventies sin dagli anni ’80.
E non sono mai traditi perché quella di Greg Prevost e c. è une vera ‘missione’ archeologica, tesa al recupero attualizzato dei contenuti ormai cristallizzati nel tempo della ‘vera’ cultura garage/psichedelica, ed il titolo del nuovo album ne è la riprova: Alba Psichedelica !
Negli ultimi tempi in modo particolare i Kings di Rochester hanno fatto della citazione una vera e propria arte, che probabilmente a molti potrebbe sembrare sterile, ma chi ha superato gli ‘anta’ ed ha nel dna certe cose li considera semplicemente alla stregua di indomiti templari tenaci custodi del santo graal.
Il nuovo lavoro, Psychedelic Sunrise, col quale si accasano comodamente con la Wicked Cool di Little Steven, che tanto sta facendo per la rivalorizzazione del patrimonio storico del puro rock americano con il suo Underground Garage, è una vera miniera di citazioni, ma dimostra al contempo una straordinaria maturazione e compattezza di sound: un vero ‘wall of sound’ chitarristico, ritmico e vocale (molto più curati di una volta i cori!) denso di un’accurata ricerca armonica e melodica e di una varietà affascinante di temi.
Psychedelic Sunrise ha due anime : la prima è quella descritta un po’ sinora, una psichedelia epica direzionata soprattutto verso i tardi anni ’60 britannici, quando gli arrangiamenti e le armonie si facevano più complessi con l’intreccio di suoni e strumenti nuovi (sitar, clavicembalo, harpsichord, e persino violini!) rispetto l’ingenuità beat, con cori sempre più sofisticati.
Ne venne fuori un folto e variegato panorama di bands ‘freakbeat’ (termine coniato molto più tardi), accanto ai capisaldi pop-psichedelici a 33 e 45 giri di Beatles, Rolling Stones, Yardbirds, Traffic ed in America dei Byrds. Stiamo parlando di un lasso di tempo tra il ’66 ed i primissimi anni ’70.
Il primo brano di P.S., Sunrise (Turn On) ricalca l’incipit vocale di Puzzles degli Yardbirds, ben integrato in un accattivante mood spagnoleggiante (con tanto di nacchere) che poi si dipana selvaggio ed elettrizzante con Greg Prevost sboccato e Paul Morabito, chitarrista ritmico-solista scintillante come non mai, creatore di aggressioni ed oasi soniche stupefacenti!
Rise and Fall è la prima grossa sorpresa: su un ineluttabile ritmo cadenzato Prevost e c. sciorinano fantastici cori alla Byrds ed armonie quasi trascendentali: la raggiunta maturità espressiva è qui una splendida realtà, il suono è denso ed avvolgente: i nostri eroi alle prese con il fatale alternarsi delle fasi vitali?
Il percorso dell’alba psichedelica continua con Streaks and Flashes, brano arioso e solare che inizia ed è attraversato fascinosamente dal tema chitarristico di Child Of The Moon degli Stones (era il lato B di J.J.Flash), non si scappa.
Elevator Ride è forse il brano più ortodossamente psichedelico nel senso che i Kings inseriscono piuttosto incautamente a più riprese nel corpo del brano il tema di Set the control for the heart of the Sun dei Pink Floyd (da Saucerful of Secrets). L’effetto é un pò imbarazzante perché la citazione é troppo lampante, vanificando un po’ il valore di un brano stracolmo di energia lisergica.
L’unica caduta di tono dell’album!
La stessa cosa avviene con il sitar, l’inizio ed il refrain di Spanish Sun, che attingono a piene mani allo storico single dei Rolling Stones Paint It Black. In tal caso però riescono ad integrare il tutto con un ottimo sviluppo in progressione dell’armonia.
All’anima più prettamente freakbeat appartengono anche la meditabonda Gone a tempo di valzer, una riflessione distesa sulla caducità dell’ispirazione artistica (brano che evoca la pienezza del sound di certi Hearbreakers, la band del grande Tom Petty), e Yesterday’s Sorrows, un incrocio tra un outtake di Their Satanic Majesty’s Request (sempre Stones) e le sonorità psycho degli ultimi Yardbirds (quelli con J.Page e J.Beck) con Morabito ancora in superba evidenza.
Entrambi i brani mostrano quanto si sia dilatata la vena compositiva dei Chesterfield Kings.
Addirittura barocco il minuetto di Inside Looking Out, sorta di Lady Jane del nuovo millennio, sapida di harpsichord e violini (l’avreste mai detto : i Kings con i violini?) con Greg Prevost che mette sul piatto inediti moduli vocali: il brano la dice lunga su quante sfaccettature freakbeat i re di Rochester stiano esplorando e riportando alla luce!
La seconda anima di Psychedelic Sunrise è quella più selvaggiamente americana e più in generale rock&roll: per l’ennesima volta dimostrano di essere i veri eredi del rock dell’oltraggio degli Stones migliori; uno sfacciato Keith Richards-riff apre Stayed too long, nella quale echeggiano anche le New York Dolls più puttane, brano che si fa godere alla grande nella sua fragranza ed immediatezza.
Stesse chiarissime influenze in Up and Down, l’episodio più radio-friendly del disco, con fresche movenze power-pop.
Ma è in Outtasite e Dawn che i C.Kings suonano dannatamente offensivi, due autentici pugni nello stomaco, fradicie di fuzz e di magnetiche sortite chitarristiche (Paul Morabito è in possesso di un tocco davvero superlativo!), con Greg Prevost scurrile, jaggeriano al cubo.
Il suo carisma vocale e di performer oggi non teme rivali e lo dimostra alla grande in questi due brani: ‘ I…can’t…wait …till …dawn !’ soprattutto. Qui, nella parte centrale, ricrea all’armonica insieme all’inesorabile macchina ritmica dei Kings l’antico Yardbirds-speed (I’m a man, I Wish you would etc…) che i veterani che leggono ricorderanno bene!
In definitiva, Psychedelic Sunrise è un disco meno introspettivo ma molto più frastagliato, fresco ed agile del suo precedente, The Mindbending Sounds of C.K. .


The Chesterfield Kings Living Eye Ltd.
PO Box 12956 Rochester, New York 14612 USA
Ph# 585.425.3640 email: c.kings@att.net

domenica, settembre 16, 2007

Recensioni / Italiani ; Il blues dei DIRTY TRAINLOAD: Rising Rust (2007 / Side Records)


Dirty Trainload é il nuovo side-project messo a punto dal chitarrista e compositore rock-blues Bob Cillo, leader del noto trio barese Trinity.
Si tratta di un duo composto da Cillo e Marco Del Noce, già fondatore della De Ville Blues Band, suo amico e collaboratore di vecchia data (furono artefici una dozzina di anni fa degli Hot Line), armonicista e cantante, nonché suonatore di washboard e kazoo.
Bob ha voluto materializzare un'idea che gli ronzava per la testa da tempo: eseguire blues e rock-blues senza l'ausilio di una sezione ritmica umana, ma avvalendosi di ritmi artificiali; cosa che realizza nei nove brani di questo lavoro, Rising Rust, coprodotto e registrato nel suo studio salentino da Fabio Magistrali, uno dei produttori più attivi della scena indie italiana ( Les/ Petits/Enfants/Terriblez etc....) .
'Analog rhythm boxes' quindi e 'bass loops' sono suonati da Cillo per sopperire a batteria e basso in un esperimento che sono sicuro farà inorridire i puristi del blues: in Italia ce ne sono molti, credetemi!
Anche il grande Robert Burnside prima di esalare l'ultimo respiro osò profanare la tradizione del delta-blues nell'album Come on in (Fat Possum/1998), usando campionamenti e batterie elettroniche ed il risultato fu straordinario!
Stesso coraggio (che non basta mai!) di violare l'iconicità della materia blues l'hanno i pugliesi Dirty Trainload ed il risultato per almeno 5-6 brani su 9 é lusinghiero, traducendosi soprattutto in un sound ipnotico ed avvolgente, a volte volutamente minimale, come in Bad thoughts about Irene, torbido e malinconico, riff ispirato, uno degli episodi più convincenti di Rising Rust.
A coinvolgere come nei Trinity é soprattutto il chitarrismo hard-blues di Cillo (una benedetta mano 'pesante'), in particolare in Waiting All The Time, ossessiva, Luna-Tic, che parte con un riff identico a quello di My Generation degli Who (ah bricconcello!) e poi sfoggia un'entusiasmante performance alla slide.
La 'monotonia' dei rhythm boxes piace anche in TV Screen Watcher, altro brano originale particolarmente 'notturno' ed intrigante, basato su una minimalità armonica che é un pò la caratteristica dei brani di Bob, eccezione fatta forse solo per Rising Rust, basata su un giro 'epico' super-sfruttato ma sempre fascinoso.
Decisamente migliori quindi i brani autografi con Del Noce delle due covers, These boots are made for walking (Lee Hazlewood) e Mad man blues (J.L.Hooker), sbiadite e prive di mordente, due episodi in cui l'idea alla base di D.T. non cattura attenzione e sensi.
Va molto meglio invece nella terza cover, I Asked for water, She brought me gasoline (Tommy Johnson) che apre il disco, paludosa e 'rugginosa', dove pare materializzarsi il fantasma famelico di Howlin' Wolf, uno dei brani (gli altri sono Bad thoughts about Irene e TV Screen Watcher) dove Marco Del Noce, buon armonicista, riesce ad essere più espressivo ed efficace vocalmente: ottima l'idea di cantare nel microfono dell'armonica, espediente usato in tutti i nove brani, che sortisce un effetto 'torbido' di straniamento.
Altrove la sua voce, piuttosto esile ed anonima, non riesce ad essere funzionale all'ipnoticità ed alle atmosfere 'malate' trasmesse dai brani, rendendo l'esperimento dei Dirty Trainload riuscito solo a metà.
Davvero bella l'artwork 'notturna' di Benjamin Guedel, efficace ed azzeccata la grafica di Paolo Tempesta, entrambe funzionali al mood dei brani.

P.S. : Rising Rust si può richiedere nella pagina My Space dei Dirty Trainload.

www.myspace.com/dirtytrainload
http://www.dirtytrainload.com/

PASQUALE BOFFOLI

sabato, settembre 15, 2007

Live / Italiani / FRANCESCO DE GREGORI : 21 Agosto 2007, Bisceglie (BA), Arena Del Mare by Francesco Tunzi


Il minitour pugliese di Francesco De Gregori ha fatto tappa il 21 agosto a Bisceglie presso lo spazio antistante L’Arena del Mare. Tantissima la gente accorsa ad assistere l’esibizione del “Principe” della canzone d’autore italiana. Residenti, turisti in vacanza nella bella cittadina in provincia di Bari e pugliesi provenienti da ogni parte della regione hanno goduto di uno spettacolo degno della fama dell’artista romano. Due ore di grande musica che hanno coinvolto ed emozionato un pubblico “trigenerazionale” composto da giovanissimi e ultraquarantenni accumunati dalla passione per questo schivo signore che ha ormai alle spalle 35 anni di carriera...
Solo l’immenso De Andrè e il “professore” Guccini hanno saputo coagulare più generazioni con la loro capacità di essere sempre attuali con le loro canzoni, anche le più datate, e con la loro coerenza artistica e umana. Quando alle 22 De Gregori sale sul palco con la sua figura slanciata e l’inseparabile cappello, accolto da un grande applauso, le uniche parole che rivolgerà al pubblico saranno “...ed ora cerchiamo di divertirci!” . E divertimento è stato.
L’attacco è fulminante con Bambini venite parvolus seguito da Un guanto e Numeri da scaricare che evidenziano la potente ritmica , grazie al basso di Guido Guglielminetti e la batteria di Fabio Parenti, mentre alle chitarre ci sono il fido Lucio Bardi, Paolo Giovenchi, Alessandro Valle e, infine, al pianoforte Alessandro Arianti..
Si prosegue con L‘angelo e Mayday dall’ultimo lavoro Calypso e con le canzoni sul tema dell’emigrazione (così attuale dalle nostre parti) come Titanic, L’abbigliamento di un fuochista e Sotto le stelle del Messico a trapanare.
E’ un De Gregori in ottima forma che all’entusiasmo del pubblico risponde allargando le braccia come a voler accogliere tutto quell’affetto e quel calore che si manifestano sia nei momenti più toccanti quando canta La leva calcistica del ‘68, Cardiologia e la splendida La valigia dell’attore sia in brani più coinvolgenti come Il bandito e il campione.
Ciò che caratterizza un concerto di De Gregori è , oltre l’ indiscutibile qualità dei testi , poetici, ironici e talvolta taglienti, la veste degli arrangiamenti con la quale rivisita ormai da tempo i classici spaziando dal folk country di stampo dylaniano di Alice, Niente da capire e Rimmel (cantata all’unisono dal pubblico) al country-blues di Compagni di viaggio. Non mancano poi i brani rock come Pezzi, L’Agnello di Dio e La ballata dell’Uomo Ragno.
La temperatura del concerto sale via via che il nostro ripercorre a ritroso una carriera fatta di brani ormai entrati nella memoria collettiva.
Così, quando risuonano le prime note di Generale dal fondo della platea parte un folto stuolo di spettatori che, superate le transenne del 2° settore, obiettivamente troppo distante e penalizzante per l’ascolto del concerto, si assiepa sotto il palco. De Gregori, sorridente, stringe mani e scambia battute. Poi riprende lo spettacolo che giunge alla conclusione con i bis di La donna cannone e Buonanotte fiorellino
Grazie Francesco, alla prossima.

FRANCESCO TUNZI

giovedì, settembre 06, 2007

Recensioni / Italiani / Il blues di J.SINTONI : The Red Suit (2007) by Pasquale Boffoli

Non abbiamo parlato molto di blues in questo magazine sino ad oggi : vediamo di cominciare a rimediare cominciando da casa nostra.
Non é un mistero che in Italia da sempre esista una fiorente scena blues ricca di notevoli talenti!
Quella che segue é la mia recensione di un recente disco di uno di essi: il chitarrista J.Sintoni
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Ho conosciuto il chitarrista J.Sintoni verso il 2002 quando aveva formato un eclettico duo acustico, Beer Soaked Gittars ed inciso in compagnia di un altro chitarrista, Mr.Banana il cd omonimo che ebbi modo di recensire in modo positivo tra l’altro anche per il sito Blues and Blues.
Ora lo ritrovo in tutt’altra veste, titolare di un trio elettrico e di un cd, The Red Suit, uscito nell’aprile 2007, autoprodotto e forte di dodici brani originali.
J.Sintoni è un musicista di Cesena trapiantato in Toscana dove si è fatto subito conoscere nella scena blues anche grazie a due partecipazioni al Festival Blues di Pistoia; ma anche a livello internazionale le sue doti di chitarrista creativo e sfaccettato sono note.
Doti che sono davvero palesi all’ascolto di The Red Suit, un album che certamente non si può considerare di blues ortodosso, sin dalle prime note di Tired of keep movin’, brano funky tirato che mette subito in evidenza la sezione ritmica serrata di Andrea Taravelli (bass) e Carmine Bloisi (drums) che accompagna egregiamente Sintoni per tutto il disco..
Sintoni sfodera un linguaggio chitarristico plastico, ben articolato ed all'occorrenza aggressivo, e si trova molto a suo agio con il rock- blues d’estrazione anni ’60 (l’eclettismo hendrixiano in primis!), e con il rhythm’n’blues ed il funky, componenti tipiche del Chicago-blues degli anni ’50 (Albert e Freddie King, Buddy guy etc...), che caratterizzano molti dei brani del disco : Out of the rain, Tired of keep movin’, Changed and better, Special light, Voodoo woman, Won’t be back.
Frequenti cambi timbrici e di tonalità (anche nel corso della stessa track ) iniettano nei brani ulteriore agilità e freschezza.
Ma Sintoni non disdegna neanche le atmosfere jazzate e swinganti, come in Forget the time e nei due episodi strumentali Relaxin’ (molto più vicino al jazz che al blues) e Swing out this, dove sfodera ‘velocismi’ che riportano alla mente l’Alvin Lee dei vecchi Ten Years After.
L’unico ‘vero’ blues lento della raccolta è quello che le dà il nome, The Red Suit, quasi sette minuti giocati su un solismo penetrante ed estremamente dinamico!
Per qualche purista questo potrebbe rappresentare un limite, e probabilmente almeno un altro blues lento non avrebbe guastato; quanti invece al blues usano dare dei connotati non ortodossi ma ritmicamente ramificati apprezzeranno senza dubbio The Red Suit, disco che ha proprio nell’avvicendarsi di ‘moods’ diversi la sua migliore qualità.
Come lead-singer J.Sintoni si rivela funzionale ai suoi brani ma non esiste confronto con il suo solismo straripante!

http://www.myspace.com/jsintoni
jsintoni@gmail.com

PASQUALE BOFFOLI

  • COLLABORATORI (o vi hanno scritto) www.musicbx.blogspot.com : Antonio Petrucci, Slania DePau, Gianni Sanna, Nico, Francesco Tunzi, Giandomenico Mattiussi, Ninni Portoghese, Nino Antonazzo, Antonio Vergari, Enzo Frappampina, Mirko Guevara, Marcello Rizza, Franco De Lauro, Michele Ballerini, Tony 'Face'...and, last but not least: un immenso grazie a mio fratello Ciro per coadiuvarmi nelle traduzioni in inglese e dall'inglese ( soprattutto le interviews ) !!!

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Pasquale Boffoli
Giornalista free-lance. Collabora on-line a Freakoutonline, Popartx, Punkadeka, Musicletter, Mistylane, Bluesguitar, CoolClub, ai cartacei CoolClub e Freakout e saltuariamente ai cartacei nazionali. In quanto membro dello staff di www.punkadeka.it Pasquale Boffoli fa parte del CDG srl (centro documentazione giornalistica); è inserito nell'Albo Agenda del Giornalista e nella Guida nella musica Italiana... Cantante, armonicista, percussionista della band barese THE FLOWERS.
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